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18 lug 2011

L' ecosistema è in pericolo a causa del consumo di carne



Che "la carne fa male" è vero.

Lo dimostra l'epidemiologia, che mette in evidenza come la longevità sia statisticamente e significativamente più alta nei vegetariani.

Lo dimostra la patologia: i vegetariani si ammalano di cancro (in modo statisticamente significativo) meno degli onnivori. Lo stesso avviene per l'arteriosclerosi nelle sue varie forme: infarto, stroke, ipertensione.

Lo dimostra anche la patologia minore: stipsi e varici sono pressoché assenti nei vegetariani. Inoltre mentre un tempo si accusava la dieta vegetariana di essere "carente" di alcuni elementi fondamentali, oggi è stanno emergendo le conseguenze delle carenze della dieta carnea. Si può ignorare l'evidenza ma non si può negarla.

Nella carne esistono altri fattori morbigeni indiretti: sono i fattori tossici e mutageni di provenienza agricola (2.000.000 di quintali di erbicidi, pesticidi, antigrittogamici e quant'altro distribuiti in agricoltura ogni anno in Italia).

Questi fattori vengono concentrati nelle carni degli animali ed i loro effetti, anziché sommarsi si moltiplicano! Le carni alimentari contengono, inoltre, i residui ormonali impiegati negli allevamenti (ricordate il recente caso delle neonate a cui è cresciuto il seno, a Milano). Come se non bastasse, si trovano nelle carni i resti di antibiotici che contribuiscono a creare il fenomeno dell'antibiotico resistenza, anche in coloro che, prudentemente o casualmente, non hanno mai fatto uso di antibiotici. Per finire, l'uso di farine animali nell'alimentazione di altri animali destinati al macello ha portato alla BSE: ciò nonostante l'uso delle carni alimentari non si è ridotto (83 kg/pro capite, per l'anno, in Europa).


Dunque la carne fa male

Concretamente, fa male, anche se teoricamente può non farlo, perché non è applicabile alla carne il concetto biologico di veleno. Questo fatto provoca enormi difficoltà pratiche. Una via per superarle, può essere quella giuridica, ma è percorribile? Debbono dircelo i giuristi.

Tutto dipende dalla quantità, qualità e durata dell'alimentazione carnea. Ad un non giurista sembrerebbe sufficiente, per effettuare un grande passo in avanti, la proibizione a forzare il consumo di carne attraverso la pioggia di convegni, interviste a Nutrizionisti, rubriche di cucina, trasmissioni pseudo-folkloristiche che diffondono in modo subdolo il concetto errato che la carne fa bene. Sta a noi effettuare convegni etici, scientifici, giuridici che provochino un cambiamento della base culturale. Ed è questo che stiamo facendo.

Abbiamo creato una nuova cultura, realizzato un processo scientifico, ma dobbiamo fare un ulteriore passo: tradurre il tutto in termici giuridico-politici. In questi termini, la scelta vegetariana è una scelta antiviolenta, antimercantile, contraria al liberismo anarcoide e perfino al concetto classico di proprietà. Ma la base di tutto questo è scientifica.

Il fatto fondamentale è aver dimostrato che la carne è un fattore morbigeno e che i danni prodotti da questa sono maggiori di quelli prodotti da moltissimi altri inquinanti.

Non si può trascurare il fatto che l'uso della carne serva a consolidare una società i cui principi sono la violenza, l'edonismo, lo sfruttamento dei più deboli. Una società sostanzialmente pagana, godereccia ed amorale, che considera solo l'aspetto economico immediato ed apparente dei problemi. Una società che fa ammalare per poter poi curare. Contro questa cultura dobbiamo politicamente proporre un modello nuovo di società e di vita.

Dobbiamo puntare sulla prevenzione. Poiché l'85% dei tumori è di origine ambientale è evidente che la sola riduzione del consumo di carne od il solo aumento del consumo di frutta o di vegetali in genere, sarebbe sufficiente a ridurre molte malattie e cambierebbe la società. Invece di parlare di qualità e di sicurezza dei singoli alimenti, come fa la società attuale, dobbiamo parlare di qualità e di sicurezza globali.

Chi fa la scelta vegetariana, sceglie di essere, non di avere. Molto spesso sceglie, molto più concretamente, di continuare ad essere, anziché di non essere più.

Prof. Bruno Fedi, primario patologo, ex docente all'Università la Sapienza di Roma

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